CON IL VIRUS LE DONNE ANCORA PIÙ PENALIZZATE

12/05/2020



L'emergenza sanitaria ha visto molte donne lavorare in prima linea, in settori essenziali e non, donne divise tra casa e lavoro esterno, donne chiuse in casa a gestire contemporanea- mente lo smart working, lo smart learning dei figli per le scuole chiuse, ed anche il loro tempo libero, la cura della casa, in spazi a volte ristretti, con pochi e non sempre adeguati strumenti digitali a disposizione, da condividere con i familiari.

In questi due mesi di convivenza coatta, ovunque sono state proprio le donne a doversi impegnare maggiormente per cercare di mantenere tutto in equilibrio, a subire anche in silenzio a volte vessazioni e violenze. Solo in un Paese come il nostro, si poteva pensare di aprire prima i luoghi di lavoro e solo dopo le scuole e gli asili. Si dà per scontato che si occupino dei bambini: madri, zie e prozie, nonni e parenti riciclati al bisogno. Il modello italiano è un modello di welfare “familistico”, nel senso che scarica sulle famiglie tutti i compiti di cura, di accudimento, che lo Stato non vuole o non riesce a svolgere. Ma oltretutto in questa pandemia, i nonni non possono fare i nonni, perché sono bloccati in casa. Riaprono le aziende, ma se le scuole e gli asili rimangono con la saracinesca abbassata fino a settembre.
Come fanno le famiglie, e le donne in particolare, a conciliare le due necessità!? Non bastano certo un bonus o un congedo al 50% di 15 giorni per salvaguardare i minorenni soli in casa. E come si compensa il lavoro forzatamente perso, per restare ad accudirli?

Negli altri Paesi la situazione è molto diversa: le scuole riaprono ben prima di settembre. Sono stati mesi complessi, in cui le donne sono state impegnate in tutti i campi del vivere civile, spesso volti nascosti e anonimi ma insostituibili, che se hanno dimostrato e dimostrano straordinaria competenza in tutti i campi, resilienza, passione, dedizione e coraggio. Non è casuale che la prima speranza di sconfiggere questo virus mortale ci sia stata fornita da un gruppo
di donne ricercatrici dello Spallanzani.

Nella task force per sconfiggere il virus e uscire dalla pandemia, nominata dal Governo, però, non c'è una donna! È proprio una questione culturale: in prima
linea sempre in tutti i campi, senza risparmiarsi mai, ma poi non sono chiamate a decidere niente, non sono chiamate a contribuire per far ripartire il Paese. Ogni giorno ci sono donne in Italia che aprono una strada, imprenditrici coraggiose e creative, professioniste competenti ad ampio raggio, molto stimate e valorizzate e ben retribuite solo all'estero; donne ostetriche, che in questi due mesi in Alto Adige, per esempio, hanno fatto nascere mille bambini: 209 ostetriche, che nessuno ha ringraziato pubblicamente. Non sono eroine, hanno fatto il loro dovere.

La politica si attivi a non penalizzare le donne, che pagheranno in vecchiaia con una pensionebassa anche fino al 37%. Saranno a rischio povertà.

Il 3 maggio, i sindacati unitari hanno inviato una lettera alla ministra, in cui denunciano la situazione delle donne nell'emergenza Covid 19.

Serve una volontà politica, che rispetti la Costituzione, laddove recita il diritto delle donne di essere riconosciute come valide ed indispensabili per la comunità.

PS: in data 12 maggio, Giuseppe Conte ha integrato il Comitato  di esperti, diretto da Vittorio Colao, con 5 donne ed ha chiesto al capo della Protezione civile ,Angelo Borrelli; di integrare il Comitato tecnico-scientifico con altre sei personalità femminile. Meglio tardi che mai!

ANNA RITA MONTEMAGGIORE - MARTHA REGELE
(Segretarie regionali FnpSgbCisl)